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Accademia della Crusca e Treccani: cosa succede alla lingua italiana?

In questi giorni ci sono scatenati gli animi a causa di diverse scelte da parte di due dei principali enti che si occupano di lingua italiana. Prima Treccani annuncia il suo nuovo vocabolario in cui per la prima volta i nomi verranno presentati in ordine alfabetico, anziché col canonico primo lemma al maschile (nel caso di “amica-amico” vi sarà prima il femminile, mentre nel caso di “attore-attrice” vi sarà prima il maschile) e poi l’Accademia della Crusca nel suo nuovo volume “Giusto, sbagliato, dipende” pare abbia sdoganato l’uso di “a me mi” o di “ma però”.

Il nuovo volume dell’Accademia della Crusca

Treccani e L’Accademia della Crusca sono forse impazzite?

Detta così, sembra che tutto ciò che si è sempre saputo sulla lingua italiana sia da buttare via senza ritegno, che sia in atto un’indulgenza mai vista prima a livello linguistico o che non ci si possa più fidare di alcuna “autorità” linguistica per dirimere i frequenti dubbi che possono attanagliare un madrelingua.

Ma chi sono Treccani e L’Accademia della Crusca?

Enciclopedia Treccani in 10 volumi

Treccani nasce nel 1925, dando vita alla prima Enciclopedia Italiana e al primo Dizionario Biografico degli Italiani. Negli anni, essendo anche sopravvissuta al regime fascista, si è fatta strada attraverso la pubblicazione di diversi altri volumi, tra cui enciclopedie più specifiche e dizionari specialistici, conquistando man mano la fiducia nel nome che noi tutti conosciamo e che ci viene in mente quando si parla di cultura e, in particolare, di lingua.

L’Accademia della Crusca, invece, vanta una storia ben più antica, in quanto nacque verso la fine del 1500, ad opera di un gruppo di amici letterati che inizialmente si definirono “brigata dei crusconi”. Si legge proprio sul sito dell’Accademia che:

Già con la scelta di questo nome il gruppo manifestò la volontà di differenziarsi dalle pedanterie dell’Accademia fiorentina, alle quali contrapponeva le “cruscate”, cioè discorsi giocosi e conversazioni di poca importanza.

Insomma, non si tratta proprio dell’austerità a cui siamo abituati ad accostarla adesso. Il primo vocabolario degli accademici della crusca uscì nel 1612, diventando per altro modello anche per altri Stati europei per redigere i propri dizionari. Ma ora? L’Accademia della Crusca cosa fa? Si occupa di promuovere la ricerca in ambito filologico e linguistico (e di attestare, quindi, i fenomeni linguistici più disparati, tra cui il corsivo parlato).

Ecco, quindi è vero che sono impazzite: guarda cosa hanno fatto!

Esempio della nuova consultazione Treccani

Per il caso di Treccani, ci sono diversi piani da analizzare. La scelta dell’ordine alfabetico “totale” è sicuramente una scelta di marketing, in quanto è stata la prima a metterlo in pratica, rendendosi comunque un possibile modello per il futuro oppure un unicum storico. (ed entrambe le opzioni non sono male per essere ricordate nelle generazioni successive). Invece, l’asprissima diatriba nata nei confronti dei nomi professionali femminili adempie a ciò che un dizionario dovrebbe fare: attestare l’uso di termini, formati correttamente rispetto al sistema strutturale italiano, che si sono fatti strada nel tempo per il maggiore accesso ad alcune professioni e soprattutto per la crescente sensibilizzazione rispetto alla necessità di molte donne di potersi riferire alla propria professione declinandola al genere che si ritiene più adatto alla propria persona.

E allora “a me mi”? E “ma però”?

Abbiamo detto che l’Accademia della Crusca si occupa di promuovere la ricerca linguistica: per questo motivo non può ignorare -non più- che la linguistica moderna, nelle sue declinazioni più futuristiche (i funzionamenti neuro-cerebrali ad esempio), deve tener conto di ciò che è davvero il sistema lingua e non di ciò che vorremmo che sia. Le grammatiche esistono a prescindere dai libri di grammatica. L’uomo, per sua peculiarità, ha sviluppato un linguaggio unico nel mondo animale che è costituito da strutture precise, pena l’agrammaticalità. Che, attenzione, non è sinonimo di “sgrammaticato”.

Cos’è l’agrammaticalità

A nessun bambino italiano verrebbe mai in mente di dire “cane il gioca” perché si scontra con degli universali linguistici che nel sistema della lingua italiana non consentono la posposizione dell’articolo. Eppure, invece, tantissimi bambini esordiscono con “ma però” e “a me mi” (vi vedo che lo dite anche voi, ogni tanto e poi borbottate “a me mi non si dice” stile cantilena). “A me mi” e “ma però” soddisfano infatti altre esigenze espressive: a me mi è una dislocazione a sinistra, che indica un’enfatizzazione rispetto alla forma non marcata “a me”. Stesso discorso per “ma però”, rafforzando il valore avversativo-oppositivo che non si avrebbe solo con “ma”.

E quindi si sono svegliate solo adesso?

In realtà, se si scorre nel blog dell’Accademia o si fa una ricerca su Google, si scopre che già da anni queste forme erano state chiarite dall’illustre ente in questione. Solo che adesso, a causa della nuova uscita con Mondadori, molti giornali sono andati alla ribalta, consci di indignare gran parte delle persone, vendendo il tutto come se fosse una cosa decisa di recente. La lingua è un processo continuo nel tempo e a volte discontinuo nella realizzazione dei suoi processi: alcune forme si affermano con velocità, mentre altre ci mettono decenni per emergere, non facendoci neanche rendere conto dell’avvenimento. Un caso celebre è quello di “egli”, silenziosamente soppiantato da “lui” anche in posizione di soggetto. Quindi niente torce e forconi alzati: la lingua brucia da sola, nel senso che per fortuna è viva e vegeta e lo dimostra il suo vigore proprio attraverso queste evoluzioni.

Veronica Repetti
About author

Laureata in Lettere e in scienze linguistiche, attualmente frequenta il corso di laurea in Logopedia. Vuole essere il collegamento tra questa materia così specialistica e la realtà di ognuno di noi. Con lei ti accorgi che non bisognerebbe mai dare le parole per scontato.
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