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Ad maiora, da augurio di successo a speranza di ripresa

Non sappiamo da che penna sia stato generato “ad maiora”, che significa letteralmente ‘a cose maggiori’, ma riconosciamo che fu largamente utilizzato nella società latina nei casi in cui si volesse augurare successi più grandi a chi ne avesse già sperimentati per una parte. 

Ad maiora è l’augurio di passi che ci portino lontano e soprattutto l’auspicio di trovare quella giusta strada che, se calpestata, ci condurrà in un posto migliore. La locuzione latina è una grande speranza, una grande fede nel futuro, ma soprattutto una grande fede nell’azione che avverrà. 

 

Ad maiora nel primo lockdown: andiamo…

Ad maiora è stato anche un mantra da quando la pandemia ha iniziato a limitare lo spazio di movimento del nostro percorso in avanti. Subito abbiamo capito come non ci sarebbero state scorciatoie al cammino verso cose migliori e che non avremmo potuto accorciare le attese. Durante la prima ondata e il primo lockdown ritrovavamo forza e speranza interpretando ad maiora nel suo senso letterale di complemento di moto a luogo, in latino generalmente espresso con ad+accusativo (in questo caso al neutro plurale) e quindi riscoprendo piaceri, prima dimenticati, proprio dentro al moto, nel percorso, nelle attese. 

Tutti abbiamo trovato il tempo in cui riscoprire noi stessi o creare con le nostre mani, riposarci o reinventarci e in generale tutti abbiamo approfittato come meglio potevamo di nuovi spazi mentre ancora ci chiedevamo se la nostra libertà fosse irrimediabilmente limitata o al contrario, in maniera inedita, accresciuta sotto forma di tempo. Ad maioratrovava quindi la sua massima espressione nell’attesa e nella creatività cui ci obbligava. 

 

Ad maiora nel secondo lockdown: …approdiamo

Dall’inizio della seconda ondata a ora, invece, abbiamo trasformato il grido di ad maiora in qualcos’altro. Esso è maturato nel suo significato rendendoci chiaro come il percorso, il moto, richieda una fine e quindi un un luogo, cui approdare. La speranza quasi fisiologica della primavera e la certezza della campagna vaccinale danno ora un senso, uno scopo e una risoluzione al viaggio, al nostro “ad”; mentre rimane a noi il compito di far coincidere la meta col “maiora”. 

E qui, ispirandoci a ciò che scrive Baricco nel suo più recente libro “Quel che stavamo cercando” contenti frammenti di riflessioni sulla pandemia, ricordiamo di come il covid non ricopra più un ruolo puramente fisico e accidentale, ma di come gli esseri umani, attraverso esso, si siano uniti in un contagio delle menti fino a creare una nuova pagina di storia che ha assunto i contorni di una figura mitologica. 

Come sappiamo dall’antichità, niente come il potere ideologico di un mito lega l’immaginario collettivo in una cultura condivisa. In nessuna storia tanto quanto in quella mitica, una società organizza in nuove figure “il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni”. Risulta a noi dunque offerta un’opportunità storica di coesione in un’esperienza da tutti animata, e a noi offerto anche un bagaglio dal quale attingere con sentimento comune per costruire la nuova realtà, “maiora”, su una base fertile. 

 

Regaliamoci una Pasqua ancora nell’attesa, e intanto pensiamo a come rendere fede a quella promessa di cose più grandi che, fatta a noi stessi nell’ancòra fecondo ma immobile periodo del primo lockdown, ci incoraggiava ad andare avanti.

 

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