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Alberto Burri: ecco cosa si nasconde dietro alle sue opere fatte di materiali bruciati e sacchi di iuta!

Quante volte ci è capitato di sentire o dire “Ma questo quadro non ha senso” o pensare che difronte a noi ci sia qualcosa di “assurdo“, come la Banana di Cattelan? Questo è quello che potrebbe succedere se ci trovassimo davanti le opere di Alberto Burri. L’arte si sa, spesso per comprenderla davvero bisogna spiegarla.

In un periodo preciso della sua vita, Burri, decide di dare una svolta alla sua vita dedicandosi all’arte. Il neo artista propone delle opere alquanto particolari: plastica, ferro e legno bruciati, sacchi di iuta tagliati e ricuciti. La domanda che sorge spontanea è: i suoi lavori sono solo bruciature, cuciture e rattoppi o nascondono qualcosa di più profondo?

Scopriamolo!

Alberto Burri: da medico ad artista è un attimo!

Alberto Burri

Nasce il 12 marzo 1915 a Città di Catello, Umbria, e prima di essere pittore, artista e scultore italiano del novecento, Alberto Burri era un medico.

Proprio come sottotenente medico di complemento, nel 1943 fu arruolato nell’esercito italiano e partì per l’Africa settentrionale. Durante il periodo africano, nel maggio ’43 gli inglesi lo catturarono e poi lo consegnarono agli statunitensi. Gli statunitensi, visto il rifiuto a collaborare, rinchiusero Burri nel “criminal camp” del campo di concentramento di Hereford in Texas, dove rimase per un anno e mezzo.

Durante il periodo di prigionia, Burri inizia ad approcciarsi alla pittura sfruttando qualsiasi cosa gli capitasse sottomano, perfino i sacchi alimentari usati dai soldati, ai quali, negli anni ’50, dedica il ciclo Sacchi.

Nel 1946 Burri rientra finalmente in Italia, a Roma, e decide di intraprendere la professione di artista. Fin da subito Burri espone le proprie opere presso mostre italiane ed europee. L’anno 1953 giocò un ruolo chiave per Burri: ottenne un enorme successo internazionale grazie alle mostre di Chicago e New York.

Una relazione speciale

Il rapporto che Burri riesce a creare con i materiali che usa per dipingere è davvero speciale. Se disponessimo le sue opere lungo un continuum temporale, sarebbe possibile notare l’evoluzione dei materiali che usa: dimostrano una continua curiosità a sperimentare. Burri sperimenta la pittura già durante il periodo di prigionia americana, e una volta rientrato in Italia, decide di dedicarsi all’arte esponendo i suoi primi quadri.

Inizialmente Burri si dedica alla pittura tonale, che abbandona poco dopo, sostituendola con materiali di vario genere. Ecco che tra i primi, sperimenta i catrami: li realizzava con olio, catrame, sabbia e altri materiali, su tela.

L’arte materica caratterizza gli anni ’50 e ’60 di Burri. Cosa significa? Invece della pittura, Burri usa materiali come i sacchi di iuta, ferro, legno nelle sue composizioni. Gli anni ’50 e ’60 per Burri saranno davvero speciali e ricchi di sperimentazioni. Dal 1949, inizia ad usare pezzi di sacchi di iuta nelle sue composizioni, che spesso tendeva a colorare di rosso: se ripensiamo all’esperienza africana come medico, questo rappresenta un chiaro richiamo alle bende insanguinate.

SZ1, 1949 primo sacco stampato
Da sinistra: Sacco e Rosso, 1954; Combustione Legno, 1957; Bianco Plastica, 1965; Bianco Cretto, 1975
Ferro, 1958
Sacco 5p, 1953

Ma non finisce qui!

Burri esplora il mondo di Muffe e Gobbi: creava le muffe grazie alla combinazione tra pietra pomice e pittura ad olio, mentre i Gobbi consistono nel posizionare sul retro della tela dei rami, ottenendo un effetto in rilievo.

Un guizzo innovativo arriva verso metà degli anni ’50, quando inizia ad usare il fuoco nelle sue creazioni. Incominciando col bruciare la carta, passa poi alle combustioni di legno, tela e plastica, arrivando infine al ferro verso la fine degli anni ’50.

La sperimentazione continua!

Negli anni ’70 sperimenta la scultura tramite Cretti (si mescolano assieme colle viniliche, caolino e terra) e Cellotex (materiale che si usa a livello industriale).

L’arte come espressione della sofferenza

Come abbiamo visto, Burri, a partire dagli anni ’50, decide di dare una svolta al proprio stile artistico: oltre all’uso peculiare dei sacchi di iuta, nelle sue composizioni inizia a bruciare pezzi di plastica, legno e ferro.

Ma cosa si nasconde dietro a queste opere tanto chiacchierate, quanto particolari?

Rivediamole assieme per un attimo!

Da sinistra: Sacco, 1953; Combustione Legno, 1953; Ferro, 1960; Combustione Plastica, 1953

C’è un fil rouge che unisce tutte queste creazioni: un collegamento con il passato! Burri ha provato sulla sua pelle la sofferenza e la riporta esprimendola attraverso le sue opere. Che sia un sacco di iuta o solo pezzi rattoppati, un pezzo di plastica, di legno o di ferro bruciati, questi materiali hanno lo scopo di richiamare l’esperienza vissuta in Africa e Stati Uniti. Le opere di Burri rappresentano il malessere e trauma vissuto dallo stesso. Oltre ai materiali consumati e logorati dal fuoco, un senso di irrequietezza si percepisce grazie all’uso dei colori cupi come nero e rosso.

Rosso Plastica M3, 1961

La sofferenza di Burri inizia con il periodo militare in Africa, dove vive personalmente il dolore dei soldati italiani, e continua con la prigionia in Texas. L’esperienza americana è tutto fuorché un sogno. Burri viene trattato duramente, patisce la fame e non gli viene concessa nemmeno la carta per poter scrivere ai suoi cari. È proprio in questo momento che inizia il suo rapporto con i diversi materiali e la pittura.

Alberto Burri usa i sacchi alimentari utilizzati dai soldati in cucina come la sua tela e le ferite che aveva curato diventano le lacerazioni e cuciture che ritroviamo nelle sue opere. L’uso della pittura rossa per evidenziare parti dei sacchi di iuta non è casuale: è un richiamo alle bende sporche di sangue dei soldati.

Quando Bill va in un museo d’arte non giudica le opere senza sapere la storia dell’artista. Bill è davvero intelligente. Sii come Bill!

Ecco che il collegamento con i ricordi di sofferenza che Burri voleva creare, forse adesso non è poi così opaco!!

“Io vedo la bellezza e basta. E la bellezza è bellezza sia che sia un bellissimo sacco, sia che sia un bellissimo cellotex o un bellissimo legno, o ferro o altro. È uguale”

Alberto Burri, da artslife.com

Giulia Multineddu

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