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Alea iacta est: il dado è tratto, come interpretarlo oggi?

Tradotto letteralmente con “il dado è stato lanciato”, riportando le parole che Giulio Cesare proferì varcando il fiume Rubicone con le sue truppe dando inizio alla seconda guerra civile contro Pompeo, il motto sta a rappresentare e ad annunciare tutte quelle decisioni che una volta prese disegnano un vero e proprio punto di rottura, oltrepassato il quale non si torna indietro. 

Da sempre sappiamo quindi gli effetti duraturi, se non irreversibili, cui una scelta presa in pochi secondi condanna il futuro. Eppure da tempo, prima della pandemia, tali parole avevano tutta un’altra risonanza, le sentivamo lontane, nella misura in cui mai avremmo osato pensare che i nostri piccoli gesti quotidiani avrebbero condizionato il futuro del mondo intero, che banali decisioni che prendevamo con leggerezza avrebbero avuto implicazioni su scala globale.

 

Il motto oggi assume nuova consapevolezza

Il covid e lo sconvolgimento conseguente di tutto ciò che credevamo certo sul mondo e sul modo di rapportarci ad esso ci hanno donato un nuovo sguardo sul futuro in relazione al presente, un nuovo suono per le parole “alea iacta est”, una nuova consapevolezza su quelle scelte che modellano l’avvenire. A nostre spese abbiamo dunque imparato come una disattenta decisione potesse renderci responsabili del danno collettivo. Insomma, se ancora eravamo scettici e scuotevamo la testa alla frase “il singolo può fare la differenza”, il virus ce ne ha insegnato con violenza la potente verità. 

Nei tempi in cui una pandemia neanche la immaginavamo nei nostri incubi, eravamo abituati a trattare, o meglio consumare, il presente come uno strumento usa e getta, nutriti della convinzione, che ora sappiamo illusoria, che il futuro riservasse per noi una quantità infinita e uguale di tempo, già confezionato e programmato similmente a quello precedente. Ci servivamo dei giorni come di prodotti da consumo già sapendo che una pila imballata di attimi transitava con ritmo uguale su un nastro di trasporto, e che, come da una catena di montaggio, saremmo stati passivamente e perpetuamente riforniti di ciò che dalla natura ci aspettavamo. 

 

La convinzione dell’uomo di avere potere sulla natura

Abbiamo interiorizzato così la visione del mondo come una docile e operosa fabbrica subordinata all’uomo, che, traendo da sue presunte inesauribili risorse, ci rifocillasse a nostro tempo e piacimento. Nella visione antropocentrica, il mondo era diventato un servo plasmabile, se non addirittura un congegno programmabile. La facoltà di programmare infatti fu ciò che già dalla rivoluzione industriale conferì l’illusione nell’uomo di avere pieno potere sulla natura; appena l’introduzione di nuove tecnologie infatti consentì di programmare la produzione di risorse e ricchezza, una volta quindi limitata, se non eliminata, le dipendenza dai “capricci” dell’ambiente circostante, l’uomo ha rapidamente dimenticato la convivenza armonica col mondo animale e naturale, l’equilibrato contrappeso di forze, e ha al contrario facilmente imparato a esserne padrone incontrastato. Vedere il mondo negli anni non solo come una macchina ma come un vero e proprio distributore automatico ha fatto in modo che privassimo la natura, o meglio l’immagine che di lei si produceva nella nostra mente, della sua più complicata caratteristica, di quell’attributo che la vivifica e ne stabilisce il potere: l’imprevedibilità. 

 

L’imprevedibilità della natura: l’abbiamo ignorata?

Abbiamo intanto ignorato che a quella normale imprevedibilità propria dell’avvicendarsi dei tempi si andavano ad aggiungere sempre più spaventosi un’imprevedibilità artificiale e i cambiamenti climatici di causa umana. Tante erano le prove, gli studi e le visibili conseguenze di tale processo che per causa nostra si è avviato, eppure ottusi molti di noi continuavano a ignorare il problema arrivando a negarlo. Si mostrava chiara quindi la paura che pervadeva l’uomo padrone”, abituato a rapportarsi unicamente a quel tipo di problemi che genera una macchina, quelle piccole falle in marchingegni che creati dall’uomo si prestano docili alle correzioni. Appariva chiaro dunque che fossimo totalmente sprovveduti di fronte alla clamorosa ribellione di quell’organo vivo che è la natura. 

Ciò che per molto tempo ci ha immobilizzati nella ricerca di una soluzione era l’evidente sproporzione tra le forze dell’uomo, che pure ancora recita la parte dell’ammaestratore, e la potenza prodigiosa della natura; tra la limitata capacità di pensiero umano e l’enorme mole che eravamo chiamati a immaginare nella nostra testa. 

Ora che il covid, come se fosse una vera apostrofe, una chiamata dall’universo, ci ha insegnato l’esistenza dell’imprevedibilità, stiamo imparando a rapportarci a un problema che umilmente riconosciamo più grande di noi, sappiamo ora che uniti si può creare una diga che contenga il grande vigore dell’imprevedibilità. 

 

La natura ci sta chiamando a comportarci con rispetto 

Ricompensiamola con quella stessa gentilezza che lei ci ha dedicato, ricordiamoci di tutto il tempo in cui ci ha accolto con quella stessa pazienza che si riserva a un principiante, mentre noi ci atteggiavamo da esperti padroni. Il dado non è ancora tratto, ma dobbiamo usare la sensibilità verso l’altro che la pandemia ci ha costretti ad acquisire per invertire la rotta di quel sentiero, che altrimenti ci porterà al punto di rottura.

 

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