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Chat GPT: l’intelligenza artificiale spiegata a mia nonna

Si dice che non si conosce veramente qualcosa finché non la si sa spiegare in modo semplicissimo. Ebbene questa è la mia sfida: spiegare Chat GPT a qualcuno che di tecnologia sa poco o niente (ad esempio mia nonna, ciao nonna!)

Innanzitutto la domanda fondamentale:

Che cos’è Chat GPT?

Partiamo dal nome: GPT sta per Generative Pertrained Trasformer ed è uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing o NPL). È stato creato per semplificare l’utilizzo di GTP-3 (Generative Pre-Training), uno dei modelli di NLP realizzato da OpenAI (organizzazione no-profit per la ricerca sull’intelligenza artificiale).

Logo ed esempio della schermata d’avvio di Chat GPT sulla pagina di OpenAI

Se non ci avete capito nulla, tranquilli. Anch’io all’inizio ero un po’ disorientatata. Torniamo indietro alla definizione: che cosa significa che è uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale o NLP?

Significa che questo chatbot (un bot con cui possiamo interagire facendo domande), è programmato per darci le risposte più simili a quelle che ci darebbe un essere umano.

Tutto molto bello, ma…

Come funziona?

Il funzionamento del bot è di per sé molto semplice, simile a EdSexBOT di cui vi aveamo già parlato (cliccate qui per recuperare l’articolo).

Si inserisce una domanda (meglio se molto specifica) e il bot darà una risposta. Risposta che può andare da una semplice definizione a un vero e proprio tema a riguardo.

Se invece volete sapere come fa a dare delle risposte del genere in pochi secondi, beh questo non è proprio così semplice. Utilizza il cosiddetto deep learning che, come suggerisce il nome, è un tipo di apprendimento profondo e molto complesso.

Si tratta di una “fase avanzata” del machine learning: una sorta di addestramento delle intelligenze artificiali (che per comodità chiameremo ora AI, Artificial Intelligence) basato sull’input umano.

Parafrasando: la macchina impara perché un umano inserisce i dati che la macchina pian piano cataloga e utilizza per migliorare le sue funzioni.

Nel deep learning non è più necessario nemmeno l’intervento umano: la macchina processa da sola un’enorme quantità di dati e permette delle funzionalità davvero avanzate.

Nel nostro caso il bot processa un’infinità di testi che trova su Internet (bisognerebbe poi vedere nello specifico dove, come nel caso di un’applicazione che ha spopolato tempo fa) e dal confronto tra questi e le domande degli altri utenti vengono fuori delle risposte davvero approfondite.

Interessante, ma alla fine tutto questo…

A cosa serve?

Le AI hanno delle potenzialità a dir poco infinite. Dal marketing (con le pubblicità mirate sui social) ai filtri antispam nell’e-mail, fino ai chatbot di Telegram.

Questi ultimi, così come i programmi di traduzione (Google Traduttore ecc.) e gli assistenti vocali (Siri, Alexa e compagniabella) devono molto ai NPL, senza i quali ci risponderebbero sempre “non ho capito”.

Nello specifico con Chat GPT si possono tantissime cose:

  • ricerare informazioni di base
  • scrivere un testo di quasiasi tipo (saggi, canzoni, poesie… perfino le e-mail)
  • scrivere un codice
  • eseguire il debug di un codice
  • chiedere consigli su qualsiasi cosa (mete turistiche, ristoranti ecc.)

Non so voi, ma io ho ultimamente ho sentito solo notizie allarmanti su questo programma. Come se ormai le AI ci avessero superato e Chat GP fosse destinata a rubare il lavoro agli scrittori. Ma quindi…

Dobbiamo avere paura di Chat GPT?

Sì e no. Di per sè è uno strumento tutt’altro che malvagio che potrebbe aiutarci a scrivere confrontando molte più fonti e a programmare con più facilità.

Dall’altra parte, però, un’utilizzo sconsiderato porterà non solo al malfunzionamento del bot (che già molte volte ha dato risposte piene di hate speach basate sulle interazioni degli utenti) ma anche alla disinformazione (il bot, infatti, non è ancora in grado di discernere le fake news). Per entrambi sono stati applicati dei filtri, ma c’è ancora molto da fare.

Non so se qualcuno ricorda l’esperimento su Twitter di qualche anno fa. In pratica Microsoft aveva creato un account gestito da una AI che rispondeva in modo automatico agli utenti. L’obiettivo era far rispondere Tay (questo era il nome dell’AI) in maniera più naturale possibile, imparando dall risposte degli utenti. Ebbene, dopo solo 24 ore, questo fu il risultato:

Più gli utenti interagivano con Tay, più le risposte diventavano “naturali”

Forse gli unici di cui dobbiamo davvero avere paura sono i nostri fratelli utenti.

Nicole Maestroni

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