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Essere italo-cinese ai tempi del Covid-19

Agli albori della pandemia legata al Covid-19, il virus sembrava un problema distante, relegato nella lontana Cina. L’unica accortezza che si doveva adottare era quella di evitare i cinesi o gli asiatici in generale, ché tanto “sono tutti uguali”.

 

Era circa metà Gennaio, si iniziava a parlare del “virus”

Da ragazza di origini cinesi, le conseguenze di questa pandemia per me sono iniziate da subito.

Il ristorante dei miei genitori ha subìto immediatamente un grosso calo di clientela, tanto da costringerci a dimezzare le ore di servizio dei dipendenti. Eravamo preoccupati: la gente aveva paura dei cinesi.

Quello che stava accadendo ha fatto riaffiorare in me ciò che ho vissuto nel 2003 per il panico dettato dalla Sars. Anche in quell’occasione il locale di famiglia fu investito da una lunga crisi. All’epoca avevo nove anni, non ho ricordi nitidi e non comprendevo appieno le notizie, eppure ho ancora impresso il terrore che avevo di spaventare le persone intorno a me.

Stavolta però le premesse sono differenti: di anni ne ho 26, e crescendo ho acquisito interesse per il giornalismo, un odio viscerale per le fake news e una sindrome da paladina della giustizia, probabilmente causata dalle troppe puntate di Sailor Moon viste da bambina.

Ho seguito le notizie sul virus compulsivamente nella speranza la situazione rientrasse: non osavo immaginare cosa sarebbe accaduto se il contagio si fosse espanso anche in Occidente .

E infine è accaduto.

Il 30 gennaio, alla scoperta della coppia di turisti cinesi contagiati a Roma, il primo pensiero che mi è balenato per la testa è stato “è finita”.

La mia preoccupazione si era concretizzata.

 

La colpa era dei cinesi

Osservavo celebri influencer che parlavano dei cinesi in toni sprezzanti, leggevo articoli che raccontavano di episodi di razzismo a danni degli asiatici e giravano catene whatsapp con consigli medici di dubbia provenienza e teorie complottiste di vario genere, talvolta appoggiate persino da politici e direttori di telegiornali che rincaravano la dose.

Io stessa ricevevo commenti sui social che mi additavano come infetta, maledicevano la Cina e me manco fossi l’Assistenza Clienti del Partito Comunista Cinese e mi davano della “mangia pipistrelli”. Che poi il video incriminato della ragazza che mangia una zuppa di pipistrello è stato girato in Micronesia, tanto per citare una fake news in voga.

 

Italiani, untori d’Occidente

Ben presto è toccato ai lombardi di essere scrutati con sospetto da parte dei loro connazionali delle altre regioni. Era fine febbraio e Codogno era stata sradicata dalla sua tranquilla quotidianità per essere scaraventata sulle cronache mondiali in veste di primo focolaio europeo.

In quel periodo, gli italiani all’estero venivano giudicati come “untori” d’Occidente. Gli altri paesi avevano aumentato i controlli verso i viaggiatori nostrani, perciò in diversi stati i primi contagi da Covid-.19 verificati venivano registrati come importati dall’Italia.

 

L’Italia intera, a marzo, è stata sopraffatta dal virus

Speravo che si potesse creare unità nella disgrazia. Pensavo che la paura, l’ansia e l’incertezza ci avrebbero fatti avvicinare gli uni agli altri. E invece in questi mesi non ho visto che altro che egoismo, indignazione, risentimento, odio.

Mentre il mondo aveva paura degli italiani e dei cinesi, gli italiani temevano i lombardi e i cinesi. Ma anche i cinesi prendevano le distanze dagli wuhanesi…

 

La paura dovrebbe unire, invece divide

Accade così: nei momenti in cui necessiteremmo maggiore vicinanza, unione, cooperazione, intesa, aiuto e comprensione, ci facciamo dominare dalla paura e ci dimentichiamo dell’empatia e dell’amore verso il prossimo.

Che poi, a pensarci bene, è ciò che più ci rende umani.

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