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Essere Umano, prima che Medico al tempo del Covid-19

A novembre 2019 mi sono specializzato in cardiologia; sempre più vicino a coronare il sogno della mia vita: fare l’elettrofisiologo. Dopo due giorni sono rientrato al lavoro in ospedale a Milano come strutturato con contratto a tempo indeterminato.

A dicembre arriva una chiamata: il mio “case report” (un rapporto dettagliato dei sintomi, segni, diagnosi, trattamento e follow-up di un singolo o pochi casi clinici) è stato selezionato come uno dei tre migliori nella categoria Young Electrophysiologist d’Europa. Mi sembra tutto talmente bello da non essere vero.

A gennaio in ospedale cominciano ad arrivare sempre più strani casi di polmonite e ci dicono di stare in allerta. A febbraio 2020 devo andare a Madrid per presentare il mio “case report”. Fino al giorno prima però era incerto se ci avrebbero fatti partire o meno; giravano voci su questo virus, il Covid-19, ma erano confuse, contraddittorie. Dicevano di non allarmarsi, che si trattava solo di una banale influenza; ma dicevano anche di stare molto attenti, di cercare di mantenere le distanze, di evitare i luoghi chiusi e affollati. In aeroporto ci hanno misurato la temperatura. E al ritorno abbiamo trovato una Milano spenta, impaurita, spettrale.

 

A febbraio diventiamo tutti medici Covid

Il 18 febbraio sono di nuovo al lavoro. Le voci sul Covid sono diventate un bollettino giornaliero, anzi no, orario. Nell’arco di 10 giorni tutte le sale operatorie vengono chiuse, anche il nostro diventa uno dei tanti Ospedali Covid della regione. Diventiamo tutti medici Covid: chirurghi, cardiologi, neurologi, tutti. Anche per noi si azzerano i progetti, le aspettative, siamo concentrati solo sul presente, sul Covid-19. Non sappiamo esattamente cosa fare, non abbiamo dati certi, nessuno è ancora cosciente della pericolosità e della portata di quello che sta iniziando, ma indossiamo lo scafandro come da protocollo e andiamo in prima linea.

Una parte dei pazienti sviluppa una insufficienza respiratoria talmente grave da dover essere intubato e ventilato meccanicamente. In quel momento in gran parte ci sentiamo inermi. Solo gli anestesisti possono mettere in atto tale procedura; noi possiamo monitorare i pazienti, controllare la terapia, star loro vicini. Poco in confronto a quello che bisognerebbe fare e a quello che facevamo.

Combattiamo tutti con la paura per un virus praticamente sconosciuto, la fatica di dover indossare lo scafandro per 8/10 ore di fila, senza poterlo togliere, terrorizzati dalla possibilità di portare quel male a casa, dalle nostre famiglie, la rabbia per non poter fare di più. E dire che fino a 10 giorni prima era solo una situazione da film.

 

La storia di Antonio, malato di tumore e positivo al Covid

Poi un giorno è arrivato Antonio (nome inventato) un signore di circa 70 anni con tumore polmonare terminale a cui la polmonite interstiziale bilaterale causata dal Covid-19 aveva deteriorato rovinosamente il quadro clinico. Viene isolato e gli viene posizionato un casco CPAP per aiutarlo a ventilare. Naturalmente non è consentito a nessuno familiare fargli visita.

Era già malato, certo, ma trascorrere gli ultimi giorni solo, senza poter neanche rivedere un’ultima volta la propria moglie, beh…non era giusto. Un pomeriggio mi racconta che aveva sognato di essere al mare, sulla sua barca a vela, con il vento che gli soffiava sul viso. Ho pensato che dovevo fare qualcosa in più per farlo stare meglio, non qualcosa di medico, ma qualcosa di umano.

Ho chiamato sua moglie in video e ho mantenuto il telefono schiacciato al vetro che isolava Antonio dal resto del mondo. Si erano potuti rivedere per un’ultima volta, almeno. E poi dopo alcune ore Antonio è salpato sulla sua barca a vela.

Possiamo essere bravi a progettare il futuro, avere mille aspirazioni, programmare le cose, la verità è che non abbiamo il controllo su di esso, ma solo sul presente e dovremmo cercare tutti di renderlo migliore.

 

C’è sempre qualcosa che ognuno può fare per cambiare la situazione

È successo a me, è successo ad Antonio, e anche a te. Siamo tutti uguali da gennaio ad ora. Sentirsi inutili è terribile, ma mai quanto sentirsi così e non far niente per cambiare la situazione, o almeno provarci: c’è sempre qualcosa, seppur piccola, che possiamo fare di positivo per aiutare altre persone. Sempre.

 

Un medico, un uomo.

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