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Dal bagno al museo: che cos’è Fontana di Duchamp

Cosa pensereste se foste i curatori di un museo e un giorno vi arrivasse un orinatoio firmato da un certo “R. Mutt”? Probabilmente che è uno scherzo, ma questo è quello che è successo nel 1917 a un gruppo di artisti americani meglio noti come gli Indipendenti. Questi erano tra i maggior esponenti del Dadaismo, un movimento artistico nato in Svizzera durante gli anni della Grande guerra. Mentre quel terribile conflitto distruggeva ogni cosa, questi artisti volevano distruggere l’arte in senso classico, usarla come mezzo di polemica e dimostrare che ogni cosa poteva essere arte. Ma allora perché artisti tanto innovativi e dirompenti rifiutarono quella che poi si sarebbe rivelata la Fontana di Duchamp?

Chi era Marcel Duchamp?

Nato nel 1887 in un paesino della Normandia, Henri-Robert-Marcel Duchamp fu uno dei più grandi artisti delle avanguardie del Novecento. Dopo un viaggio a New York, nel 1915 aveva fondato la Society of Indipendent Artist (i signori di cui parlavo prima). Famoso come esponente al Dadaismo e per le sue sculture (oltre Fontana è molto conosciuta anche Ruota di bicicletta), Duchamp è stato anche un pittore influenzato dai Fauves e dal Cubismo. Secondo molti avrebbe dato inizio allarte concettuale, realizzando i primi ready-made della storia (molto in sintesi: oggetti comuni firmati e decontestualizzati). Eccentrico e provocatorio fino alla fine, morì in Francia dov’era tornato negli ultimi anni della sua vita. Sul suo epitaffio nel cimitero monumentale di Rouen si legge la sua frase: “D’altronde sono sempre gli altri che muoiono”.

Marcel Duchamp con una dei suoi ready-made, Ruota di biclicletta oggi conservata al Museo d’Israele di Gerusalemme

Com’è nata l’opera?

Ci sono due ipotesi sull’origine dell’opera. La prima è che Duchamp l’abbia realizzata interamente da solo, la seconda è che abbia ricevuto l’opera da una sua amica. Duchamp non specificò mai il nome, ma è molto probabile che si trattasse dell’artista Elsa von Freytag-Loringhoven o, meno probabile, della scrittrice e traduttrice Louise Norton. Comunque siano andate le cose, gli Indipendenti rifiutarono di esporla alla loro prima mostra e Duchamp, in tutta risposta, abbandonò il gruppo. Nessuno di loro sapeva che era stato proprio lui a spedirla anonimamente, forse per “metterli alla prova”, ma quel che è certo fu che il rifiuto condannò l’opera alla scomparsa. L’originale è infatti perduta (probabilmente qualcuno degli Indipendenti deve averla buttata nella spazzatura) e tutte quelle che vediamo oggi sono solo delle copie.

Fotografia dell’originale scattata da Alfred Stieglitz, uno dei membri degli Indipendenti

Qual è il suo significato?

L’opera quindi apparve per la prima volta non dal vivo ma su una rivista: The Blind Man. Fondata dallo stesso Duchamp e uscita solo per due numeri. Nel secondo la sua amica, la già citata Louise Norton (pseudonimo di Louise Varése), difese l’opera e ne diede una prima e importante interpretazione:

«Se Mr. Mutt abbia fatto o no la fontana con le sue mani non ha importanza. Egli l’ha SCELTA. Ha preso un comune oggetto di vita, l’ha collocato in modo tale che un significato pratico scomparisse sotto il nuovo titolo e punto di vista; egli ha creato una nuova idea per l’oggetto.»

L. Norton, The Richard Mutt Case, in The Blind Man, n.2

Duchamp aveva così spostato l’attenzione dall’aspetto esteriore dell’opera a quello intellettuale, al significato diverso dato a quell’oggetto. Una riflessione che, in un certo senso, si aggancia anche alla sua famosa “Gioconda coi baffi” (titolo che comunemente viene dato a L.H.O.O.Q). Trasformando un oggetto tanto comune quando bistrattato in un’opera d’arte Duchamp stava distruggendo quell’idea di arte contemplativa che, soprattutto per quanto riguarda la Gioconda, portava ad ammirare l’arte in quanto tale e non per il messaggio che voleva trasmettere o per l’incredibile abilità mostrata dall’artista.

L.H.O.O.Q, New York, collezione privata, uno dei ready-made di Duchamp, simbolo della dissacrazione dell’arte

Perché è così importante per la storia dell’arte?

Quest’opera segna un punto di svolta nella storia dell’arte del Novecento. Se un gabinetto può essere esposto in un museo, allora davvero ogni cosa può diventare un’opera d’arte se gli viene dato il giusto significato. Un concetto così semplice non può che essere mal interpretato. Nessuno può davvero pensare che Duchamp volesse paragonare la propria Fontana al Ratto di Proserpina o pensasse che la Gioconda sarebbe stata meglio coi baffi.

L’artista di fronte alla sua opera

Ciò che lui voleva dimostrare è che il vero significato di un’opera d’arte non è nel suo aspetto, ma nell’intento dell’artista, in quello che spera che gli altri proveranno nel guardarla. Duchamp sapeva che i suoi contemporanei, ma in realtà ancora anche noi, avremmo trovato le sue opere “strane”. Ma andava bene così. Finalmente l’artista tornava ad essere apprezzato per l’idea e non più solo per la realizzazione dell’idea. Nel medioevo, infatti, gli artisti erano considerati poco più che degli artigiani e solo nel Rinascimento divennero degli intellettuali veri e propri. E al giorno d’oggi, nell’epoca dei social in cui si fotografa ogni cosa e dell’arte digitale che dimezza i tempi di realizzazione, forse le idee sono davvero l’unica cosa originale che un artista può offrire.

Nicole Maestroni

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