Part of BillOver 3.0

Articoli

L’influenza della lingua tedesca in Italia: guerra, schiena e pizza

Una scomoda eredità quella della lingua tedesca in Italia?

Solo la generazione dei boomers ricorda bene la saga di Sturmtruppen, un fumetto nato dalla penna del modenese Bonvi, pseudonimo di Franco Bonvicini. Dal gusto apertamente irriverente e satirico, i personaggi del fumettista emiliano sono truppe belligeranti che parlano come noi ci immaginiamo i tedeschi quando provano a parlare l’italiano. Sarà il nostro passato recente a consegnarci un’idea alquanto negativa della lingua tedesca, sta di fatto che nel Nostro Paese non rendiamo mai giustizia ad un idioma che, invece, ha arricchito, nei secoli passati, i vari dialetti settentrionali, nonché la nostra stessa lingua. Vediamo come la lingua tedesca ha influito nella creazione della lingua in Italia.

© Bonvi, Panini SpA

Parliamo di fatti.

L’Italia, da sempre terra di conquiste, ha conosciuto le lingue paleogermaniche sin dall’Antica Roma, come ricorda Tacito: è proprio in quest’epoca che entrano già vocaboli di origine germanica nel vocabolario latino, come il colore blavus (derivante da blau) e il termine vanga (che va a sostituire il tradizionale bipalium). Dopo la caduta dell’Impero Romano, numerosi popoli hanno lasciato un’impronta nel sostrato latino, in particolare termini legati al mondo della guerra (spoiler: altra parola di origine germanica): chi di noi non ha in mente un euforico professor Alessandro Barbero, ospite dell’amatissimo Piero Angela, dove fa un elenco di termini italiani di derivazione longobarda? Parole come zuffa, elmo, spranga, faida, tregua, spaccare, arraffare… insomma, tutte apparentemente legate al mondo della violenza.

Invece no.

Hanno lasciato termini legati al corpo umano, come schiena, stinco, milza, anca e guancia, o termini legati alla vita quotidiana, come bara, federa, cuscino, russare, ricco (sentite l’assonanza con rich in inglese o reich in tedesco?), ma anche zazzera, tanfo, palla (come non pensare subito a ball e der Ball?), oltre ad aver dato il nome alla regione Lombardia, ossia terra dei longobardi. Ma se proprio dobbiamo dirla tutta, i longobardi hanno lasciato un cognome in Italia che riassume un po’ la loro natura di guerrieri e la loro missione di unificare la nostra Penisola (cosa che non è riuscita a loro di fare), ma, tenetevi forte, perché sembra davvero profetico: il cognome Garibaldi infatti è di origine longobarda.

L’influenza linguistica tedesca in Italia non si attenuarono per tutto il Medioevo e il Rinascimento.

© Feudalesimo e Libertà

Credo che nessuno di noi abbia mai dimenticato dai tempi delle scuole medie la differenza tra i guelfi e i ghibellini. Orbene: anche queste parole sono di derivazione germanica, in quanto la contrapposizione nasce proprio nell’attuale Germania. Più precisamente, si tratta della faida tra la casata dei Re di Baviera, il cui fondatore fu un certo Welf (da cui Guelfo), e quella di Svevia, la quale aveva dato i natali a Federico Barbarossa e allo stupor mundi, Federico II. Una loro proprietà, il castello di Weiblingen, è stato italianizzato in ghibellino.

Non dimentichiamo i Lanzichenecchi, truppe mercenarie al soldo de Lo Imperatore Carlo V di Asburgo e fautori del Sacco di Roma nel 1527; la discesa in Italia del sovrano d’Oltralpe portò con sé, ad onor di cronaca, parole come borgomastro (Burgermeister è l’equivalente di sindaco) e tallero, ovvero il denaro, da cui deriva anche la valuta americana dollar.

La lista dell’influenza della lingua tedesca in Italia potrebbe continuare ancora a lungo, tanto da farci una monografia accademica. Vi basti, però, pensare alla dominazione germanica in Italia, terminata con il Risorgimento, per capire quanto dobbiamo in termini lessicali ai tedeschi, ancora troppo offuscati dalla crudele storia recente, la quale impedisce di guardare, con un occhio più grato, l’apporto fondamentale alla nostra lingua nei secoli passati.

Una curiosità: come ricorda sempre il professor Barbero, nell’antichità si mangiava, soprattutto nel Sud Italia, una focaccia di farina e olio cotta al forno, chiamata comunemente pita. I longobardi, la cui lingua, si è scoperto, tendeva a tramutare il suono dentale /t/ in /z/, adottarono questa pietanza semplice e popolare che, nel loro idioma, prese il nome di pizza.

Licia Ballestrazzi

Related posts
Articoli

Caso Chiara Ferragni-Balocco: si può fare vera beneficenza sui social?

Articoli

De gustibus… Le abitudini alimentari più particolari nel mondo

Articoli

Donazione d'organi: tutto ciò che vi serve sapere

Articoli

Gli Unfluencer al Festival dell’Innovazione e della Scienza: il cambiamento della società tra social e linguistica

Rispondi