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L’ithkuil: quando una lingua è davvero complessa 

“Il cinese è la lingua più difficile”. Quante volte avrete sentito questa frase? 

Beh, mi dispiace deludervi, ma è falso. Prima di tutto, la difficoltà dipende solo dalle conoscenze pregresse a livello linguistico di un parlante, quindi non esiste una lingua più difficile in assoluto. E poi, se proprio cimentarci in qualcosa di complesso, dovremmo pensare davvero a tutt’altro. 

Riuscite a immaginarvi una lingua che incorpora la fonologia consonantica dell’ubykh, gli aspetti verbali amerindiani, i sistemi aspettuali niger-cordofaniani, i sistemi di casi nominali del basco, i sistemi enclitici wakashan, i sistemi di orientamento posizionale del tzelal, la morfologia trilaterale semitica delle radici, le categorie evidenziali e possessive del láadan di Suzette Elgin, e i principi schematici di formazione delle parole del linguaggio analitico di Wilkins e del solresol di Sudre?  

No? Beh, ecco a voi l’ithkuil. 

Nella concezione più classica, le lingue sono prodotti culturali che si sono formati spontaneamente nel corso della storia. Quello che però forse molti non sanno è che esistono anche persone che si sono dilettate a inventare delle lingue, creandone la grammatica da capo. Tra queste lingue inventate, ve ne sono alcune che possono essere definite lingue logico-filosofiche, e tra queste spicca per originalità e complessità l’ithkuil, come si sarà potuto evincere dal colorito elenco di caratteristiche linguistiche nelle prime righe. 

John Quijada, con una laurea in linguistica, pubblica nel 2004 la prima versione dell’ithkuil, che in realtà era in lavorazione dal 1978. Solo nel 2011, però, si arriva alla versione finale pubblicata su internet. L’ithkuil non è ancora molto indagato in ambito accademico, immagino anche per la sua rinomata complessità. Ha una pronuncia e una grammatica molto difficili, tanto che persino il suo creatore non ha mai imparato a parlarlo e ha bisogno del supporto di tavole morfologiche per la creazione delle locuzioni.  

Sul sito web ufficiale si legge come titolo: Ithkuil: A Philosophical Design for a Hypothetical Language, che in modo esplicito asserisce l’intento del suo glottoteta: Quijada attraverso l’ithkuil intende esplorare le possibilità offerte da un linguaggio pianificato con un impianto filosofico, rendendolo estremamente complesso.  

Può una lingua influenzare le capacità di chi la apprende?

Nella sezione delle domande frequenti si chiede se la sua lingua permetta di pensare più velocemente, proprio in virtù della sua struttura ricercata.  Quijada risponde così: 

“La domanda presuppone che il pensiero sia di natura linguistica, il che è certamente discutibile. Personalmente, credo che solo il pensiero concettuale complesso sia linguistico, non il pensiero concettuale semplice e certamente non il pensiero a livello percettivo (cioè, di certo non mi dico mentalmente “mi fa male” quando sbatto l’alluce). In ogni caso, anche se ammettiamo che il pensiero sia linguistico, qualsiasi supposta “accelerazione” del pensiero usando la concisa morfo-fonologia dell’ithkuil sarebbe molto probabilmente compensata dalla mole di informazioni morfologiche che l’ithkuil richiede di esprimere (e quindi di considerare mentalmente quando si formula una frase). […] Per queste ragioni, credo che l’uso dell’ithkuil permetterebbe probabilmente di pensare più profondamente, criticamente e analiticamente; ma pensare più velocemente? Ne dubito.” 

E quindi? Quando penserete che la lingua che state studiando è troppo difficile, ricordatevi dell’ithkuil e consolatevi. 

Veronica Repetti
About author

Laureata in Lettere e in scienze linguistiche, attualmente frequenta il corso di laurea in Logopedia. Vuole essere il collegamento tra questa materia così specialistica e la realtà di ognuno di noi. Con lei ti accorgi che non bisognerebbe mai dare le parole per scontato.
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