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Nonna Livia, 86 anni, ci insegna la responsabilità sociale

Qualche giorno fa la signora Livia, 86 anni doveva recarsi da Calitri a Bisaccia per la somministrazione del vaccino contro il Covid.

Calitri e Bisaccia sono due comuni tra le colline e le montagne dell’Irpinia, in provincia di Avellino e distano una quindicina di chilometri uno dall’altro. Due paesi che fanno risalire la loro nascita al periodo neolitico e all’età del bronzo. Due paesi antichi cresciuti ed evoluti, ma rimasti con quel senso di appartenenza alle montagne che ritroviamo un po’ in tutti i comuni più piccoli d’Italia, da nord a sud e che rende le persone un po’ più orgogliose e pronte ad agire per affrontare in modo risolutivo le vicende della vita. 

 

La notizia su Nonna Livia

La Signora Livia dunque, doveva recarsi da Calitri a Bisaccia per la somministrazione del vaccino. Al mattino presto si avvia verso la piazza del paese per prendere l’autobus di linea (il postale come viene ancora chiamato, perché una volta serviva anche a consegnare la posta giornaliera) e dopo pochi minuti di attesa alla fermata si accorge che, o per un suo errore nel controllare gli orari, o chissà perché, ha perso l’autobus. Non ha nemmeno provato a riflettere, tranquillamente si è incamminata verso Bisaccia, perché comunque aveva appuntamento e “i dottori l’aspettavano e farsi somministrare il vaccino è troppo importante”. 

Dopo quattro chilometri, fortunatamente, si ferma un’auto con due ragazze conoscenti che le offrono un passaggio e l’accompagnano.

Al centro di somministrazione di Bisaccia un giornalista e un fotografo sono lì per documentare le prime vaccinazioni realizzate, vengono a conoscenza della sua storia che inizia a fare il giro dei quotidiani e del web.

È una bella storia. 

 

Il senso della notizia su Nonna Livia

Quello che dà importanza alla vicenda è l’impegno della signora Livia. Il senso di responsabilità nei confronti della comunità. Il senso di essere parte di un gruppo in cui ognuno dà e deve dare il proprio piccolo contributo, perché l’insieme cresce ed esiste solo con l’apporto di tutti.

Vivere in un piccolo centro, in un piccolo comune sicuramente facilita questo modo di essere “insieme” agli altri anche quando ci si affida alle istituzioni, perché si sa che le istituzioni non sono delle entità astratte, ma sono fatte da persone e le persone siamo noi. Forse questo sentimento non è così concettualizzato, ma in una piccola comunità è naturale che questo avvenga, perché “si conosce” La gente. Inoltre chi, come la signora Livia, ha vissuto gli anni della Guerra, anche se ancora bambina, e quelli dell’immediato dopoguerra, ha provato sulla propria pelle cosa vuol dire salvaguardarsi gli uni con gli altri, ricostruire insieme. 

Conosco altre persone di età simile che sarebbero disposte a “fare da cavie” per il vaccino, perché “se è una cosa che può servire a trovare una soluzione per aiutare gli altri, io lo faccio”. 

 

Ognuno è parte del tutto 

Allontanandoci dalla questione vaccino in sé, prenderei ad esempio questo modo di sentirsi parte del gruppo. È vero, chi vive nelle grandi città fa più fatica a sentire il senso della comunità, infatti spesso quando ci si ritrova ad andare in vacanza in posti più piccoli poi si torna pensando: “che bello lì ci si conosceva tutti”. Dietro a questo “ci si conosceva tutti” di solito c’è la voglia e la sensazione che ci sia sempre qualcuno su cui poter contare.

Basta però un piccolo spostamento nel nostro atteggiamento e questo cambiamento lo possiamo portare nella vita di tutti i giorni. Quest’anno difficile ci ha insegnato che ognuno di noi è comunque parte di un grande, gigantesco e meraviglioso puzzle e sta a noi la scelta di come usare il nostro spazio, quello che ci compete, ovunque esso sia. Abbiamo visto, nella drammaticità di quest’anno momenti di solidarietà grandi, emotivamente coinvolgenti, sappiamo quindi di poterlo fare. 

 

Ecco persone come la signora Livia ci ricordano che, se vogliamo, siamo in grado di farlo sempre, ogni giorno per qualunque cosa. 

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