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Siccità: e se la pioggia fosse artificiale?

E’ inutile girarci intorno, il pianeta è andato in pappa. Stiamo qui a parlare di quanto dovremmo cambiare abitudini, ma siamo nel pieno di qualcosa di potenzialmente irreversibile. Oggi è la giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità, ed è proprio di questa siccità che sentiamo parlare nei telegiornali, sempre più frequentemente. Il Po che arriva ai minimi storici, razionamenti dell’acqua, rovina dei raccolti agricoli. Ma se potessimo combattere la siccità con la pioggia artificiale?

La siccità è definita come l’assenza di precipitazioni per un periodo prolungato, il che può portare disagi a livello agricolo, alimentare, umanitario e sanitario. Alcune parti del globo sono abituate a questi fenomeni. Per esempio ci sono aree della Cina dove sferzano i monsoni: a volte la popolazione locale si ritrova valanghe di acqua (e conseguenti disastri), mentre altre volte stanno letteralmente a secco. I locali ci sono abituati, essendo un processo fisiologico del pianeta. Eppure l’aumento della temperatura causato dalle attività umane ha portato alla modifica di questi equilibri.

Abbiamo bene in mente tutti quei famosi schemi delle medie dei professori di Scienze che cercavano di spiegarci il ciclo dell’acqua: evaporazione, condensazione, precipitazione. Purtroppo questi processi sono in una fase di stallo, a causa delle bolle di alta pressione che non permettono all’oceano atlantico di portare le sue perturbazioni cariche di piogge. Esiste però un processo in fase di collaudo chiamato Cloud Seeding, o letteralmente inseminazione delle nuvole.

Cosa prevede?

Si tratta di un processo inventato negli anni Quaranta in cui venivano immessi in atmosfera determinati sali (ioduro d’argento) che consentono in modo “forzato” la condensazione delle molecole d’acqua presenti in atmosfera e quindi la formazione di nuvole con conseguente precipitazione. La Cina nel 2017 ci ha investito quasi 200 milioni di dollari proprio per far fronte a questo stravolgimento del clima. Gli Emirati Arabi (più precisamente a Dubai) hanno messo a punto un’ulteriore tecnica, che prevede l’uso di droni che attraverso delle scariche elettriche riscaldano le nuvole: in questo caso sono riusciti ad ottenere precipitazione ma a carattere temporalesco, potenzialmente in grado di creare disagi alle città.

A scanso di equivoci, uno studio australiano del 2004 dimostra che le particelle dei sali emessi in atmosfera non hanno conseguenze a livello ambientale. Tranquilli, non stiamo danneggiando ulteriormente la natura. Stiamo cercando di trovare delle soluzioni prima di essere costretti tra qualche decennio a cambiare pianeta.

Marco Andrea Teti
About author

Affamato di conoSCIENZA, studia Geologia presso l'Università di Cagliari. Scrive articoli con la volontà di instillare la curiosità nella mente delle persone, così da farle appassionare alle scienze raccontando curiosità.
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