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Smart working: benefici e svantaggi

A più di un anno dall’inizio della pandemia, quella che doveva essere una soluzione temporanea, ovvero lo smart working, sta cominciando ad essere considerata sotto molti punti di vista la prospettiva lavorativa del futuro. Una questione che giova innegabilmente verso questo nuovo orizzonte è la sostenibilità ambientale: lavorare da casa riduce l’inquinamento. Secondo uno studio condotto da Global Compact Italia su 47 imprese italiane, il lavoro agile ha evitato una percorrenza di 33 chilometri al giorno per dipendente, traducendosi in un risparmio (per i 253mila lavoratori coinvolti) sulla benzina pari a 30milioni di euro e di 44.835 tonnellate sulla CO2. Risultati dunque sorprendenti per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, ma non altrettanto sul fronte sociale. 

 

Smart working o delocalizzazione dell’ufficio?

Prendendo come riferimento l’indagine condotta dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) condotta su un campione di 45mila persone in età lavorativa (18-74 anni), è emerso che il lavoro agile tenda ad avvantaggiare i lavoratori maschi e con un reddito alto, accentuando le disuguaglianze di genere e di reddito. Lo smart working è infatti risultato essere più frequente nei settori della finanza, assicurazioni, informazione, comunicazione, pubblica amministrazione e servizi professionali, solo per citarne alcuni, a discapito dei lavoratori con un basso livello di attitudine al lavoro agile, che costituiscono la maggioranza e possiedono un reddito molto più basso. Perpetuare il lavoro agile significherebbe avvantaggiare ulteriormente i lavoratori maschi con alto reddito; non a caso, i ricercatori hanno definito lo smart working “Un Robin Hood al contrario”, che dal punto di vista del reddito favorirebbe i più ricchi e danneggerebbe i più deboli. 

Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, ha inoltre dichiarato che, per come è stato praticato in Italia “Non è stato un vero smart work, bensì una mera delocalizzazione delle medesime mansioni che si svolgevano in ufficio”. Dichiarazione che ci porta ad affrontare un’altra problematica inerente al lavoro agile, ovvero la sovrapposizione di ruoli tra loro inconciliabili, essendo la casa diventata il “nuovo” ambiente lavorativo. Adottando una prospettiva sociologica, possiamo affermare che nel momento in cui si lavora da casa, si possono assumere contemporaneamente diversi ruoli: ad esempio, si può assumere il proprio ruolo lavorativo, ma al tempo stesso si assume anche il ruolo di genitore se si hanno dei figli in casa. 

 

Superare gli svantaggi della de-socializzazione

Stesso ragionamento può essere applicato per gli studenti che svolgono didattica a distanza, intrappolati nei ruoli di figlio e studente. Le conseguenze di questa sovrapposizione di ruoli possono provocare diversi disagi, in quanto gestire contemporaneamente il proprio lavoro e i compiti di cura non è affatto facile, specialmente se non si dispone di grandi abitazioni, provocando così una mole di ansia e stress psicofisico non indifferente, aggravata inoltre alla lunga, dalla sedentarietà causata dal lavorare nello stesso luogo in cui si vive. 

 

Il problema più grande tuttavia, è sotto i nostri occhi: stiamo andando incontro ad un processo che Pierluigi Battista, in un suo articolo pubblicato recentemente sull’Huffington Post, chiama di de-socializzazione, citando un’opera del sociologo Carlo Bordoni. 

Il luogo di lavoro, come per la scuola, le università e tutti gli altri luoghi che favoriscono la socialità, è una fucina di idee, emozioni, collaborazione, conversazioni e scambio reciproco. Il luogo in cui insomma l’individuo può realizzarsi pienamente, se posto nelle condizioni più favorevoli. I vantaggi del lavoro agile sull’ambiente sono innegabili, ma in questo ambiente noi dobbiamo pur convivere nel migliore possibile dei modi. Il dado è ormai tratto: sta a noi decidere se seguire passivamente il risultato ottenuto oppure metterlo in discussione e cercare, se mai possa esistere, una terza via.

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