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Tarzan e Jane avrebbero davvero potuto comunicare? I “bambini selvaggi” e l’ipotesi del periodo critico

Tra le tante scene dei film che mi hanno accompagnata durante l’infanzia, ne ricordo una particolarmente divertente , ovvero la primissima interazione tra Tarzan e Jane. Il primo sembrava cercare di comunicare con la ragazza appena salvata, ma non faceva altro che ripetere ciò che lei diceva. Ridevo sempre al suo convintissimo “No no no. Sono Jane”, detto indicando fieramente sé stesso. Nel celebre film Disney, con il tempo e la pazienza, Tarzan riuscirà poi ad imparare e padroneggiare perfettamente il linguaggio umano.

Tuttavia, si consideri questo: Tarzan non aveva avuto contatti con gli esseri umani fin dalla più tenera età. Nel mondo reale, sarebbe davvero stato in grado di parlare con Jane ed imparare a comunicare così velocemente?

Scena tratta dal celebre film Disney, nella quale Tarzan e Jane cercano di comunicare per la prima volta.

I feral children

Questa domanda va posta perché Tarzan non è un bambino come tutti. Rimasto orfano di genitori da neonato, il piccolo viene adottato e cresciuto da dei gorilla ed acquisisce quindi le loro caratteristiche comportamentali. È uno dei più celebri esempi portati sul grande schermo di quelli che sono i “feral children” o “bambini selvaggi”, ovvero coloro che sin dalla tenera età hanno vissuto senza alcun tipo di contatto umano e/o in stretto contatto con un determinato gruppo di animali. La storia riporta diverse decine di casi di feral children, spesso abbandonati, vissuti lontano dagli altri uomini e del loro difficile reinserimento all’interno della società. Ogni caso ha le proprie peculiarità, ma una cosa accomuna tutti i feral children: la difficoltà nello sviluppare competenze linguistiche.

L’ipotesi del periodo critico

Durante l’inizio degli anni 50, nella comunità scientifica iniziò a prendere piede una teoria che, tra le altre cose, tenta di dare una spiegazione all’incapacità dei feral children di sviluppare abilità linguistiche pari a quelle dei propri coetanei. Si tratta dell’ipotesi del periodo critico. Per dirla in breve: secondo questa ipotesi esiste una finestra temporale ideale durante la quale è possibile sviluppare le nostre capacità linguistiche e apprendere la nostra lingua madre. Durante questo periodo, è quindi fondamentale essere esposti ad un ambiente che ci permetta di ascoltare (o osservare, nel caso delle lingue dei segni), assorbire ed elaborare gli input necessari ad una completa acquisizione del linguaggio. L’ età esatta in cui termina questo periodo critico è ampiamente dibattuta. A grandi linee, possiamo dire che l’ipotesi che va per la maggiore è che questa capacità sparisca quasi sempre entro la pubertà. Ma perché esattamente?

Durante l’infanzia e l’età prepuberale, il cervello è altamente “plastico“. Significa che è ancora in fase di sviluppo ed è quindi in grado di modificare la propria struttura ed assorbire facilmente nuove competenze. Questa capacità diminuisce drasticamente dopo, approssimativamente, i 12-13 anni. Questo spiega non solo i deficit linguistici riscontrati in molti feral children, ma anche perché da adulti l’apprendimento di una seconda lingua risulta più difficoltoso (e no, mi dispiace, ma Duolingo non è la soluzione).

Il caso di Genie

La piccola Genie, la feral child il cui caso fu studiato a lungo da numerosi linguisti per testare l’ipotesi del periodo critico.

Quello di Genie fu un caso che più di tutti mise alla prova la teoria del periodo critico. La piccola Genie era una feral child con una storia un po’ atipica: vittima di un padre violento ed alienante, per 13 anni fu costretta a trascorrere la propria vita chiusa in una stanza minuscola, legata ad un lettino, senza la possibilità di avere alcuna interazione umana. Genie non parlava e non era nemmeno in grado di comprendere il linguaggio umano. Dopo il suo ritrovamento, iniziò un processo di riabilitazione con un team di psicologi e linguisti. Dopo circa un anno, la bambina era in grado di comprendere la lingua inglese e di produrre diverse sequenze di parole, ma non di assemblarle in maniera sintatticamente corretta.  Tristemente, le capacità di Genie rimasero quindi limitate, o meglio, incomplete. Questo epilogo porta quindi sostegno dell’idea che esista un periodo critico fondamentale per lo sviluppo del linguaggio.

Ma quindi Tarzan e Jane?

Studiare l’apprendimento linguistico di Tarzan sarebbe certamente stato interessante e soprattutto utile alla comunità scientifica. Studi su casi come quelli dei feral children sono infatti uno dei pochi mezzi che abbiamo a disposizione per constatare l’effettiva esistenza di un periodo critico relativo al linguaggio. Se ci pensate bene, l’alternativa sarebbe quella di isolare dei neonati per buona parte della loro vita, per poi vedere che succede. E insomma… non è il massimo a livello etico, no?

Ma per tornare alla domanda iniziale, ebbene sì, va detto: nella vita reale, per Tarzan e Jane probabilmente non sarebbe stato tutto così rose e fiori.

Alessia Tavars

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