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Come fa Whatsapp a guadagnare su di noi?

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“Come fa Whatsapp a guadagnare?” Questa è una delle domande più cercate su Google nell’ultimo periodo, ed effettivamente è un quesito che dovremmo proporci tutti visto che ci riguarda estremamente da vicino.

Cosa è cambiato dal 2018

Jan Koum, il fondatore di Whatsapp, nel 2018 ha deciso di lasciare l’azienda da lui fondata perché preoccupato dal modo in cui avrebbero utilizzato i dati degli utenti. Proprio in quel periodo, l’applicazione era stata acquistata da Facebook e di conseguenza Mark Zuckerberg aveva pieno potere decisionale. Non c’è da stupirsi, perché come dice un famoso detto,

“Se non paghi per un prodotto, il prodotto sei tu”

Infatti Whatsapp, così come la maggior parte delle applicazioni e dei servizi odierni, guadagna su un qualcosa che ha molto più valore dei soldi: i nostri dati, che vengono raccolte attraverso i cosiddetti “Big data”: il petrolio del nuovo millennio. Grandi quantità di dati caratterizzati da 3 v: varietà, velocità e volume. questi dati raccolgono tutte le nostre abitudini e personalizzano la nostra esperienza online Ad esempio quanto tempo passiamo online, la velocità con cui scriviamo i messaggi sulla tastiera e il tempo di risposta alle notifiche. Sembra fantascienza, ma è tutto vero e vi assicuro che non c’è nulla che ha più valore di tutto ciò.

Scritta "big data" con cellulari e altri elementi tecnologici sui dati

Se a questo punto ti stai chiedendo ingenuamente cosa ci sia di male, la risposta è molto più complessa di quanto sembra. Infatti basta pensare a cosa accadrebbe se questi dati venissero utilizzati per scopi diversi dal classico marketing: ad esempio per manovrare le elezioni politiche, o le opinioni dei cittadini su tematiche rilevanti. Non bisogna andare troppo lontano con l’immaginazione, considerando che è successo esattamente 4 anni fa con lo scandalo Cambridge Analytica. Fu rivelato che Facebook aveva condiviso con l’azienda i dati personali di 87 milioni di profili senza il loro consenso, principalmente per fare propaganda politica.

Tornando a noi, qual è la risposta alla domanda “Come fa Whatsapp a guadagnare su di noi?”

Semplicemente vendendo a società terze le nostre abitudini, che in ambito digital sono una miniera d’oro. 

Ma a questo punto, come possiamo difendere la nostra privacy su Whatsapp e altri servizi?

Oltre a limitare gli accessi alle varie componenti del nostro smartphone, quando possibile, possiamo utilizzare alcuni servizi utili come il No Track fornito da Apple stessa. Si tratta di un opzione presente sugli iPhone che permette di disabilitare il tracciamento delle applicazioni che, per quanto sia una magra consolazione, è pur sempre qualcosa di efficace. Inoltre, se si tratta di applicazioni che girano su siti web, possiamo fare attenzione ai cookie: non dovremmo mai accettarli tutti, ma solo quelli necessari. Infatti, accettando quelli di terze parti, stiamo praticamente servendo su un piatto d’argento i nostri dati alle aziende.

Un’altra soluzione molto utile è TOSDR, acronimo di Terms of Services Didn’t Read. Si tratta di un sito web che riassume tutti i termini di servizio dei servizi a cui ci iscriviamo. Perché, diciamocelo, nessuno di noi le ha mai lette per intero. Eppure è lì che è svelato tutto l’”arcano” sull’utilizzo dei nostri dati. Tramite questo sito si può capire ad esempio che Instagram è in grado di leggere i nostri messaggi personali. O che YouTube non cancella davvero i video che rimuoviamo dalla piattaforma. 

Esistono poi delle alternative che, seppur meno diffuse, sono comunque estremamente valide e utilizzate: una di queste è Telegram, che contrariamente a Whatsapp garantisce davvero la segretezza delle comunicazioni. 

Per quanto difficile, si tratta comunque di diffondere informazioni utili. L’obiettivo infatti non è demonizzare i social, perché è anche grazie a loro che si diffondono contenuti come questo articolo. Ciò che conta è essere consapevoli di ciò che possono fare con i nostri dati, anche capendo come fa whatsapp a guadagnare.

Andrea Nuzzo
About author

Laureato in comunicazione digitale. Dopo il progetto di Bill ha fondato un'agenzia che, fantasia saltagli addosso, si chiama "Billover". Essere in primis un creator lo aiuta a combattere la procrastinazione, il suo più grande nemico. Del resto vi parlerà più avanti…
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